Cronaca di una rappresentazione: La Traviata

La Traviata al Teatro Verdi

   Lo specchietto per le allodole non è solo un modo di dire ma un arnese che i cacciatori usavano per incuriosire le allodole migratorie che adescate, senza accorgersi dell’agguato, cadevano sotto il tiro dei fucili. Qualcosa di simile è accaduto per gran parte degli spettatori accorsi al Teatro Verdi per assistere a “La Traviata di Denis Krief” con musica di G. Verdi e parole di F.M. Piave.

di Gianfranco Danieletto

 

Intendiamoci bene; non vogliamo contestare l’impegnativo intento di portare a Padova le novità che si stanno affermando nei centri maggiori della lirica, perché ciò sarebbe un relegarci al provincialismo, ma neanche di accettare tutto come oro colato.   

Da parte nostra per prepararci a un evento che sapevamo ostico ai tradizionalisti, avevamo organizzato una conferenza-dibattito con il noto regista, risultata certamente interessante, ma legata alla prova dei fatti sulla scena.


   Devo dire che il fastidio di una scenografia ultra moderna, la quale non copriva nemmeno tutto il retroscena, per me è durato poco cioè fino al momento in cui il Maestro ha alzato la bacchetta dando inizio al dramma di Violetta Valery e senza sconvolgermi più di tanto. Generalmente il mio giudizio risente della considerazione che ho per tutti coloro che sopra un palco impiegano le loro energie per esibire il meglio di se stessi, ma mancherei nei loro riguardi se, per il quieto vivere, mi profondessi nei consensi di prammatica. Torniamo dunque all’esibizione e di già dal primo “pa, pa, zump” verdiano nel preludio del I atto le tante decantate doti del Direttore Tiziano Severini subivano un ridimensionamento parendomi, per lo meno, poco sensibile a dirigere la musica di Verdi.
   Altrettanto non rimanevo soddisfatto dai tempi usati, talmente veloci che nel brindisi “l’Ah” prima della ripresa “Libiam” (per Alfredo) e  “Godiam” (per Violetta), “tenuto” nella tradizione, quasi scompariva forse inteso come una lungaggine poco consona alla velocità dei tempi moderni. Terminato l’atto si raccolgono i primi commenti nel clima salottiero del foyer e lo specchietto per le allodole colpisce perché l’argomento quasi unico riguardava la regia tralasciando tutti gli altri giudizi critici.

   Riprendiamo la cronaca; nell’aria “Lungi da lei” il tenore dimostra fiati enormi saltando il respiro al “Dell’universo ecc.”. No non sono i polmoni fuori misura ma sempre i tempi usati. Altro commento riguarda il grande concertato del finale atto secondo; l’incanto dell’etereo “Alfredo, Alfredo” non mi coinvolge più di tanto, peccato, mi dico, tutto non si può avere, ma che il concertato al “Tutti” prenda i tempi e le sonorità di un valzerotto da balera, questo era difficile da digerire. Passiamo ora a parlare del cast e dico subito che il “Parliamone” di questo numero, dedicato all’interpretazione, è conseguente all’esperienza vissuta con questa Traviata.
   L’interprete di Violetta, il soprano Gladys Rossi è in possesso di una vocalità che incanta al primo ascolto ma ……! Incominciamo dall’abbigliamento (non certo addebitabile a lei) ma se la nostra eroina non è una “battona”, come Krief ha sottolineato nella conferenza di presentazione, rimane sempre una donna affascinante, libera e desiderata. Ora non sono un frequentatore dei defilé di moda, ma mentre le altre invitate erano “in abito lungo”, il vestito corto indossato da Violetta che lasciava scoperte le gambe mi è sembrato quanto meno impietoso e assai meno elegante non permettendo visivamente una immedesimazione del personaggio. Ma ritorniamo nel campo a noi più congeniale partendo dal “Brindisi”. I motivi musicali uguali e ripetuti, generalmente, si distinguono nei diversi stati d’animo, specialmente se a cantarli sono due personaggi perciò in quel caso si devono dare due interpretazioni diverse. I
   l tema (si parla del brindisi) viene proposto da Alfredo, giovane esuberante studente, e ripreso in maniera identica da Violetta, donna con molta esperienza, maliziosa e cosciente del potere che esercita con il suo fascino. Qualcuno ne ha colto la differenza? Io no (in verità non solo in questa recita, ma anche in molte altre). Veniamo al duetto “Voi qui?” Punto importante della trama perché è quello in cui per Violetta nasce, a sua sorpresa, il vero amore della sua vita, e questo si deve percepire, allora quei due “Addio” finali quasi stucchevoli devono esprimere un desiderio struggente di prolungare i saluti, come sa bene chiunque abbia vissuto un primo amore, allora sì che il “E’ strano” che segue ha un significato profondo.

  Proseguiamo impietosi, direte che sono eccessivamente pignolo ma è l’Autore ad esserlo prima di me; come è possibile che a un’artista con una preparazione vocale eccellente e dopo dieci prove di preparazione nessuno  abbia fatto osservare che le ripetizioni non possono essere eseguite con la stessa intensità di suono per non essere inutili, allora perché i due (anzi quattro) “Gioir” non seguivano questa regola fondamentale?
   Partendo da questi presupposti pochi sono i momenti intimamente coinvolgenti e il tutto è affidato all’eccellente vocalità; resta sempre da puntualizzare quell’ “Alfredo, Alfredo” del finale atto II che deve trovare colori e sonorità più toccanti. Altra nota a latere; quando mi sono recato in camerino per esprimere i miei complimenti specialmente per la parte finale che più mi ha coinvolto il già celebre soprano mi ringraziava per l’apprezzamento anche perché la sua vocalità di soprano di coloratura, quale lei è convinta di avere, la preoccupava proprio del finale visto che “per interpretare Traviata occorrerebbe avere tre tipi di vocalità”.

 

  Ebbene questa cosa, stracitata da 150 anni a questa parte, non mi ha mai convinto. La vocalità di un cantante è come la sua fisionomia, accettereste che a ogni atto egli si presentasse con un naso diverso o con delle gambe più o meno lunghe? No! Così è per la vocalità, quella che deve modificarsi è l’interpretazione di tre stati d’animo diversi.
 Peraltro, la cosa è stata dimostrata dalle grandi interpreti del passato, ognuna dotata di una vocalità diversa e alla quale non rinunciavano per cantare quest’opera. Passiamo al tenore Antonio Gandia; al primo approccio il giudizio generale è di voce piccola se pure “gestita” bene secondo la tradizione più collaudata, ma il giudizio, via via che l’ascolto prosegue, cambia e gli armonici sopperiscono al volume per cui difficilmente la voce è coperta dalle altre.

  Sui fiati ci siamo già espressi. Un’unica nota negativa l’inizio di “Parigi o cara” intonato con una vocalità chiara da canzonettista, ma non posso sapere se fosse un peccato relativo alla recita a cui ho assistito o un errore permanente.
  In questo caso è da coinvolgere chi ha diretto le “dieci prove” senza averglielo fatto notare. Bene anche il baritono Dario Solari che dava una buona prova di un Germont padre credibile.

  Anche qui però abbiamo recepito alcune note (soprattutto nel registro grave) troppo chiare e quindi vale quanto detto per il tenore tenendo presente che chi canta non avverte i suoi difetti, altrimenti vi porrebbe rimedio. Altro punto non eccellente è stato lo scarso carisma nell’entrata dell’inizio del concertato conclusivo del II atto “Di sprezzo degno …..” .
 Ultima nota su questa interessante Traviata, che ci ha dato l’opportunità di tante osservazioni, è l’apparizione fra i  comprimari del baritono Sergio Vitale da noi individuato nel “Corradetti” del 2007 come voce da sostenere e che speriamo rappresenti per lui l’inizio faticoso di una nuova carriera.
 C’è, però, da aggiungere una considerazione, e cioè, che una cosa sono le critiche su un argomento che mi appassiona da una vita, come cantante, come spettatore e come maestro, altra è, come giusto sia, considerare tutta la rappresentazione nel suo complesso e, a quel punto, non si può non affermare che siamo usciti da teatro convinti di aver assistito a un evento di grande eleganza su cui si può anche discutere, ma non negare che Padova da tre anni a questa parte presenta spettacoli lirici di grande interesse e all’altezza dei grandi teatri italiani e anche stranieri!                                

 

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